Per alcuni dati che sembrano volgere verso il sereno, ce ne sono degli altri che confermano una congiuntura ormai
preoccupante, ancor di più perché riguarda lo stato di salute delle nostre esportazioni.

Come ormai di consuetudine, la Camera di commercio di Viterbo ha emesso il suo rapporto annuale. Dagli interventi istituzionali del presidente Domenico Merlani e tecnico del segretario generale Francesco Monzillo è apparsa soddisfazione, ma anche un responsabile senso di preoccupazione per un andamento tendenziale che desta apprensione e che correttamente fa interrogare gli enti pubblici, le associazioni di categoria, le organizzazioni sindacali e i professionisti del settore.

Appare innanzi tutto in controtendenza, ad esempio, il dato sulle esportazioni da parte delle aziende della provincia di Viterbo rispetto al totale dell’export nazionale durante il 2018. Infatti, se il commercio estero di prodotti del made in Italy è cresciuto tra 2017 e 2018 del 3,1%, il made in Tuscia registra una brusca frenata segnando un -8%.

A ben vedere, la variazione di export delle nostre aziende non appare uniforme tra tutti i settori. Al crollo (l’ennesimo, per la verità, ormai da tre anni consecutivi) dell’agricoltura (-28,5%), particolarmente pesante per un territorio a vocazione agricola, risponde positivamente il +2,6 del settore ceramico, indice di un’ormai ritrovata competitività del distretto di Civita Castellana e un interessante +8% registrato dal tessile.

Dato ancor più allarmante e in controtendenza è il crollo della cessione di beni intracomunitaria. Negli anni passati, infatti, il mercato comune dell’Unione Europea aveva sempre rappresentato un ambito di grande stabilità e proficua attività commerciale per le nostre aziende. Ora, anche il mercato “domestico” dei Paesi membri inizia a registrare degli stop inasepttati e preoccupanti a partire dal -40% di export verso la Germania.

A ben vedere, come prima sommaria analisi di questi dati, appare chiara la difficoltà delle nostre aziende di sapersi organizzare con uffici esclusivamente dedicati all’estero e di saper intercettare i tanti strumenti che le Istituzioni mettono a disposizione per accedere e mantenersi stabilmente sui mercati esteri.

“Continuare a pretendere che i nostri prodotti si debbano “vendere da soli” in quanto rappresentano “un’eccellenza del territorio” o perché vengono proposti come “made in Italy” non è più sufficiente nei sempre più competitivi mercati globali. Lavorare solo con i “pagamenti anticipati” o con il termine di resa “franco fabbrica” non è l’unico modo per poter operare con soddisfazione fuori dai nostri confini.

Appare di tutta evidenza che occorre velocemente correre ai ripari, intervenire sull’organizzazione e le competenze aziendali e tentare di fare rete tra istituzioni, categorie, professionisti per non lasciar sfuggire le opportunità che un mercato sempre più digitale, globalizzato e competitivo impongono. Ne va dello sviluppo del nostro territorio e della stabilità economica delle prossime generazioni.